Difficile – oltre che ben poco sensato – stilare una classifica di quali animali provino maggior sofferenza… facile invece determinare quali sono uccisi in maggior numero: polli e galline, perché sono più piccoli e quindi per la stessa quantità di “carne” serve spezzare molte più vite.Polli “da carne” e galline “ovaiole” arrivano al macello per…

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Com’è cambiato l’allevamento dei polli nel tempo?

https://faunalytics.org/fundamentals-farmed-animals/

Difficile – oltre che ben poco sensato – stilare una classifica di quali animali provino maggior sofferenza… facile invece determinare quali sono uccisi in maggior numero: polli e galline, perché sono più piccoli e quindi per la stessa quantità di “carne” serve spezzare molte più vite.
Polli “da carne” e galline “ovaiole” arrivano al macello per vie diverse. I polli allevati per la produzione di carne vengono tenuti in grossi capannoni dove non arriva mai la luce del sole. Quando sono ancora pulcini, hanno abbastanza spazio per muoversi, ma subiscono una crescita del tutto innaturale e nel giro di 3-4 settimane diventano enormi e non hanno nemmeno più lo spazio per camminare. In tutto questo tempo, l’aria nel capannone rimane sempre la stessa, satura di anidride carbonica e di ammoniaca proveniente dai loro stessi escrementi. Il capannone non viene mai pulito, quindi potete immaginare quanto irrespirabile diventi l’aria. Per questo, molti degli animali soffrono di problemi all’apparato respiratorio e agli occhi.
A causa della crescita abnorme (ottenuta selezionandone la razza attraverso incroci e nutrendoli di mangimi, sostanze chimiche e integratori vari, atti a aumentarne la crescita a dismisura) lo scheletro degli animali non si sviluppa di pari passo con l’aumentare delle dimensioni e del peso corporeo, tanto che all’età di un mese o poco più diventano semi- paralitici, fanno fatica a muoversi e soffrono di dolori alle articolazioni. Questa tortura continua fino a 5-6 settimane di vita, dopodiché gli animali, che sono ancora cuccioli ma hanno raggiunto dimensioni enormi, vengono condotti al macello.
Diversi animali trovano la morte in questi capannoni, perché rimangono paralizzati e non riescono più a nutrirsi, oppure muoiono di malattie o perché restano incastrati e incapaci di movimento. Ogni tanto un operaio passa a raccogliere i cadaveri in un secchio per gettarli nella spazzatura.

Ciascun pollo vale così poco, in termini economici, che conviene impiegare questo sistema anziché farli vivere in condizioni migliori, tenerli controllati e curarli se si ammalano. Ogni capannone contiene migliaia di polli, quindi se anche ne muoiono decine ogni settimana, la perdita è trascurabile.
Il momento del trasporto è di particolare sofferenza e terrore, perché gli animali vengono prelevati e scaraventati dentro cassette, poi impilate sui camion, a strati. I lavoratori vengono pagati a numero di animali ingabbiati, non a ore, quindi devono fare il più in fretta possibile e gli animali vengono agguantati in modo brusco, “palleggiati” da una persona all’altra e scagliati nelle anguste cassette. In questa operazione molti subiscono ferite o fratture, ma questa non è una preoccupazione per l’allevatore, dato che stanno andando al macello, dove moriranno nel giro di poche ore o giorni. Il viaggio può protrarsi molte ore, in condizioni difficili, perché gli animali possono essere condotti in macelli molto lontani, anzi, capita che viaggino per chilometri e chilometri, anche da una nazione all’altra.
Arrivati infine al macello, vengono appesi a testa in giù a ganci metallici, fatti passare in una macchina che taglia loro la gola e poi in vasche di acqua bollente. Infine sono fatti a pezzi. Lo stordimento preventivo, che può avvenire con l’anidride carbonica, dovrebbe portare gli animali in stato di incoscienza prima del taglio della gola. Ma non viene applicato sempre e non sempre funziona bene. In ogni caso, quand’anche usato, potrebbe togliere solamente una minima frazione di sofferenza rispetto al totale connesso all’intera vita di questi animali.
Le galline ovaiole seguono un percorso diverso e, se possibile, ancora più doloroso. Le galline utilizzate per la produzione di uova non sono le femmine dei polli “da carne” (infatti, in realtà i polli cosiddetti “da carne” non sono solamente maschi: ci sono sia maschi che femmine, di una razza appositamente selezionata per una crescita artificialmente rapida): infatti le galline usate per una tale produzione appartengono a una razza completamente diversa, i cui ritmi di crescita sono molto meno spinti.
La vita delle galline ovaiole inizia negli stabilimenti di incubazione, ovvero luoghi pieni di incubatrici che contengono le uova fecondate, fino alla schiusa. Ovviamente, solo all’incirca la metà dei pulcini che nasceranno saranno femmine e diventeranno “galline ovaiole”, vale a dire le galline usate per la produzione di uova per l’alimentazione umana (uova che, naturalmente, non saranno fecondate); l’altra metà sono maschi, quindi non produrranno mai uova, e non risultano però nemmeno utili a diventare “polli da carne”, perché non sono della razza giusta, quella che cresce in modo estremamente veloce rispetto ai ritmi naturali, pertanto non sarebbe conveniente per i produttori allevarli.
Questi animali sono dunque a tutti gli effetti “scarti” dell’industria delle uova. Che fine fanno? Ben pochi consumatori ne sono a conoscenza (anche se non si tratta affatto di un segreto, anzi, sono i normali standard di questo settore, consentiti e previsti anche dalla legge), eppure vengono tritati vivi, o soffocati in sacchi neri. Questo è il metodo normale e legale per liberarsi di queste piccole vite.
Tutto funziona in una catena di montaggio: gli operai prendono in mano il pulcino, guardano in pochi istanti se è maschio o femmina e lo gettano su un diverso nastro trasportatore a seconda del sesso. Immaginate questo nastro che porta i maschi in un imbuto al cui fondo sono poste delle lame rotanti che tritano vivi i piccoli pulcini; l’altro rullo porta le femmine verso una macchina che serve a tagliare la punta del loro becco, processo anche questo estremamente doloroso, dal momento che sul becco arrivano molte terminazioni nervose. Perché questo ulteriore tormento?

Anche stavolta, non si tratta di cattiveria fine a se stessa. Le ragioni sono economiche: questi poveri animali andranno a finire in piccole gabbie o in capannoni affollatissimi (ebbene sì, quelle degli allevamenti “a terra”, che vengono spacciati come “rispettosi” del benessere degli animali), dove vivranno per due anni un’esistenza così satura di tribolazioni da farle letteralmente impazzire. Accade spesso che diventino quindi aggressive tra loro, beccandosi. Se il becco viene loro tagliato fin dall’inizio, non sarà possibile che si feriscano gravemente e verrà così evitato un danno economico all’allevatore. Alla fine di questo processo di selezione e menomazione, in una gabbia grande come un foglio di giornale staranno stipate 4-5 galline, nutrite in maniera da far loro sfornare circa 260 uova l’anno.
Considerate che in natura le galline (quando erano ancora una razza selvatica), come qualunque altro uccello, depongono le uova solo per la riproduzione, al ritmo di non più di 25 l’anno, ovvero 10 volte di meno. Il concetto di “gallina ovaiola” l’abbiamo inventato noi umani: le galline non sono “animali che producono uova”, sono semplicemente uccelli che, come tutti gli altri uccelli esistenti, depongono alcune uova in dati periodi dell’anno per far nascere i propri piccoli. Costrette negli allevamenti a produrre 10 volte tanto rispetto a quanto farebbero in natura, consumano tutto il calcio del loro corpo e soffrono di gravi problemi alle articolazioni, cui contribuisce anche la totale mancanza di luce solare.
Inoltre, stando in gabbie di rete di metallo, soffrono di dolori alle zampe, per non parlare, come già accennato, del pericolo di rimanere incastrate, con la testa, o le ali o le zampe, in mezzo alle sbarre. Quando ciò accade (e accade non di rado) muoiono di una lenta agonia, senza poter mangiare e bere, vista l’impossibilità di movimento. Nessuno presta loro attenzione, perché questi stabilimenti non vengono quasi mai visitati da operai, è tutto automatizzato e quand’anche passasse qualcuno per controllare non sarebbe certo interessato a “salvare” un singolo animale agonizzante tra le migliaia lì rinchiusi.
È difficile immaginare quanto siano angoscianti questi posti, tante volte paragonati a carceri per esseri umani (ma pieni di innocenti, sottoposti a condizioni ben peggiori dei carcerati umani), ma del resto non serve usare la fantasia: ci vengono in aiuto i tanti filmati ormai disponibili, ottenuti attraverso investigazioni negli allevamenti.
Non è difficile entrare, si tratta di strutture non sorvegliate: tante volte è stato perciò possibile l’accesso – ovviamente non autorizzato, così come non autorizzate sono le riprese – da parte di attivisti animalisti per fotografare, filmare, a volte salvare qualche animale, anche se si tratta di una goccia nel mare. Non ha importanza la nazione in cui questi documentari sono realizzati, perché i metodi di allevamento sono identici in tutto il mondo: infatti vediamo le stesse scene nei video girati negli Stati Uniti, in Italia, in Austria, ecc. I metodi sono sempre gli stessi.
Vi segnalo in proposito un documentario recente e molto ben fatto: “Fowl Play – La verità sulle uova”, che conosco bene perché mi sono occupata di curarne il doppiaggio in italiano e la distribuzione in Italia (lo trovate su TVAnimalista.info) – compito non facile, ve l’assicuro, data l’angoscia provocatami dalla visione dei posti sporchi e squallidi dove le galline sono costrette a trascorrere imprigionate la loro triste vita.

In questo e altri documentari vediamo lunghissimi corridoi stipati di gabbie in metallo su più strati, illuminati da una fioca luce grigia artificiale, 24 ore su 24; migliaia di animali sono imprigionati in queste gabbie, l’aria è irrespirabile (i volontari, infatti, devono entrare con una mascherina sul viso) perché non vengono mai puliti, se non “a fine ciclo”, cioè dopo due anni,

quando le galline ormai esauste e quasi morenti (si tenga conto che potrebbero vivere ben oltre i 10 anni, anche fino a 20) non sono più abbastanza produttive e vengono mandate al macello. Qui il loro destino si ricongiunge, per modalità di trasporto e macellazione, a quello dei “polli da carne” (maschi e femmine) già descritto.
Per le galline “allevate a terra” le cose non cambiano di molto: anziché stare in gabbia stanno per terra in capannoni, come i “polli da carne”, ma il loro patimento, fisico e psicologico, rimane estremo e dopo due anni vengono comunque mandate a morire.
Ecco perché – fatto che non a tutti, purtroppo, è ancora sufficientemente chiaro –
consumare uova significa provocare l’uccisione di animali, esattamente come consumare carne. Non esiste modo di produrre uova senza uccidere: dove verrebbero messi tutti i pulcini maschi se non venissero triturati appena nati? Proviamo a pensarci: in rifugi dove lasciarli vivere per 20 anni? Alla fine di questi vent’anni sarebbero diventati migliaia di miliardi, solo in Italia. E le galline stesse, dopo lo sfruttamento di due anni non possono certo essere messe in un ipotetico ospizio per galline in pensione, non ci sarebbero né lo spazio né i soldi per immaginare il mantenimento di tali strutture. Quindi è concretamente IMPOSSIBILE produrre uova senza uccidere, lasciamo perdere gli esperimenti mentali!
Questo è vero anche per gli attuali allevamenti biologici (le galline a “fine carriera” e i pulcini maschi vengono uccisi esattamente allo stesso modo, secondo quanto già illustrato) e lo stesso vale per gli allevamenti casalinghi, sempre più radi, peraltro, nelle nostre campagne. Anche in quel caso per ogni gallina femmina un pulcino maschio è stato ucciso, e anche lì la loro fine sarà la macellazione.
Non esiste insomma alcun modo praticabile per poter mangiare uova senza uccidere, inutile farsi illusioni o immaginarsi improbabili scenari solo per dimostrare che in teoria sarebbe possibile. Non lo è, né in una teoria realistica, né nella pratica esistente: niente alibi, affrontiamo la realtà e non neghiamo l’evidenza, ora che abbiamo compreso questa connessione.

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